Il passaggio all’Adultità

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Diventare grandi vuol dire liberarsi di tutti quei blocchi che hanno tormentato la tua giovinezza. Diventare grandi vuol dire anche aumentare lo spazio fisico, del corpo e dell’anima per fare posto alla vita e accogliere blocchi e paranoie nuovi di zecca.
Diventare grandi fa schifo, è inevitabile e non servono a nulla le creme antirughe e i risvoltini ai pantaloni. L’adultità ci renderà sempre più tormentati, fuori e dentro.
È con questo incipit motivato e grintoso che inizia il racconto della mia adultità, iniziata oggi con la presa di coscienza di un blocco nuovo, grande e scintillante: il blocco del lettore.
Ho paura di leggere. Non mi era mai successo prima. Avevo sempre dato per scontato che se ti piace fare una cosa non potrai mai averne paura, eppure ora è così. Ho paura di fare la cosa che mi piace di più. Da giovane leggevo ininterrottamente, leggevo di tutto e non mi importava di nient’altro. Qualsiasi autore, qualsiasi genere, qualsiasi storia purché fosse bella. Ero in grado di riconoscere i libri belli ed ero in grado di abbandonare le storie che non mi interessavano senza troppi paranoie. Ora mi sarebbe impossibile non finire un libro, per quanto brutto sia. L’ossessione di finire le cose è un’altra di quelle qualità che ho acquisito con l’adultità.
Da giovane entravo nelle librerie e mi sentivo al centro del mondo, mi muovevo con disinvoltura e venivo divorata dalla curiosità. Ora entrare in una libreria mi è difficilissimo, l’ossessione di dover conoscere tutto è un altro di quei regali inattesi dell’adultità.
Diventare grandi fa schifo perché si smette di crescere. Non potendo più leggere, bloccata da una paura che chissà da dove viene, io ho smesso di crescere. È come se mi avessero tagliato le radici e tolto il sole. Mi sento vecchia, rinsecchita, inutile.
Non riesco a uscire da questo labirinto mentale, fatto di pile di libri impolverati sul comodino e ossessioni impossibili da controllare.
Dicono che prendere coscienza di un problema sia il primo passo verso la guarigione, ma io ho bisogno di correre verso la guarigione perciò chiedo il vostro aiuto.
Aiutatemi a superare il blocco del lettore. Adottate un libro della mia pila infinita e leggetelo con me. Magari con un po’ di compagnia questa selva di adultità sembrerà meno oscura.

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Non guardate “Una serie di sfortunati eventi” !

Siamo tutti abituati all’effetto che Netflix causa al nostro corpo: paralisi degli arti, dilatazione delle pupille, felicità che bombarda i neuroni. È una sorta di sindrome di Stendhal che colpisce la parte più nascosta del nostro essere, quella che brama la bellezza, che vuole che le cose abbiano un senso.

Dopo anni di distretti di polizia antimafia con la uno bianca e cento venti passioni sotto al sole della toscana, i nostri occhi hanno la possibilità di posarsi su immagini elaborate per catturare, per stupire e non solo per fare da sottofondo allo sparecchiamento della tavola.

Le belle storie non le ha inventate Netflix, ma di certo ha saputo venderle. Una serie di sfortunati eventi ne è la prova: ciclo di romanzi di grande successo, già film di grande successo, nelle mani di Netflix diventa una serie tv di grande successo.

Una serie di sfortunati eventi inizia con un monito: non guardate! E proprio per questo non si può più smettere di guardarla. Lemony Snicket, l’autore della storia, fin dall’inizio, avvisa lo spettatore che quello che vedrà non sarà piacevole. Dal momento in cui perdono i genitori in un incendio, la sfiga si abbatte sugli orfani Baudelaire in maniera incontenibile. Perennemente tormentati dal malvagio conte Olaf, che vuole impadronirsi della loro eredità, i tre ragazzi Baudelaire sono costretti a lottare contro un mondo di adulti idioti e ottusi, incapaci di osservare la realtà e di dar loro fiducia.

Temi importanti, come l’affrontare un lutto o lottare contro paure inutili, affiorano sulla superficie dell’intreccio arricchendo le avventure dei tre ragazzi di una forza emotiva tale da impedire allo spettatore di alzarsi dal divano e pensare ad una vita fuori. Le atmosfere sono quasi fiabesche, a metà tra l’immaginario di Tim Burton e quello di Wes Anderson, i mondi creati da Lemony Snicket pseudinimo di Daniel Handler, sono tutto quello che avremmo voluto vivere da bambini.

Presenza costante e quasi personaggio fondamentale delle storie sono i libri. In ogni avventura i tre ragazzi si confrontano con la necessità di reperire informazioni e in modo del tutto naturale si rivolgono ai libri. Splendide librerie, specchio delle personalità dei loro padroni, popolano ogni luogo in cui i tre orfani si trovano e grazie alla consultazione dei libri, i Baudelaire riescono ogni volta a vincere sul conte Olaf e ad aggiungere piccoli indizi per risolvere l’enigma della morte dei genitori.

Una serie di sfortunati eventi è molto bella e il 30 marzo esce la seconda stagione. Non guardatela!

Breve storia di una donna pirata

Nella seconda metà del 1600 nessuno veniva con la mimosa in mano a dirti come essere più donna. All’epoca le donne non si facevano troppi problemi su quali fossero i loro desideri, li realizzavano e basta.

Certo l’aspettativa di vita era più bassa, gli uomini più puzzolenti e le spade più affilate… c’era un sacco da divertirsi.

Era un epoca in cui se ti venivano a dire che non potevi essere una fuorilegge, tu te ne fregavi e continuavi a fare la fuorilegge.

Anne Dieut-le-Veut nasce nel 1661 in Francia e il suo desiderio profondo di essere una criminale la porta presto ad essere deportata sull’isola di Tortuga, in compagnia di tanti bei talenti della criminalità.

Una volta lì decide di mettere la testa a posto e di fare le cose per bene.

Cede al corteggiamento di Pierre Lelong, il primo bucaniere che passava di lì, e con lui vive sei anni di romantici saccheggi e razzie nel mar dei caraibi.

Nel 1690 Pierre muore inaspettatamente in una rissa e Anne, presa dalla paura che abbiamo noi donne di restare sole, sposa il secondo bucaniere che passava di lì: Joseph Cherel.

Il tempo di distribuire i confetti e razziare qualche villaggio che anche il povero Joseph viene coinvolto in una rissa e muore.

Un po’ seccata dal fatto che le uccidano tutti i mariti Anne, senza mimosa alcuna, sfida a duello l’assassino del consorte, il pirata Laurens De Graffe.

Alto, biondo, olandese… se non bastassero queste caratteristiche a renderlo seducente c’è anche il fatto che è conosciuto come il flagello d’occidente, il diavolo in persona.

La leggenda narra che Anne a Laurens si guardarono a lungo e nel momento di affrontarsi, Laurens cacciò la spada, mentre Anne sfoderò la pistola.

Preso alla sprovvista, ammirato da tanta scaltrezza e seriamente preoccupato per la sua vita, Laurens si inginocchiò e chiese ad Anne di sposarlo.
Vissero felici a lungo, depredando e razziando, tra un colpo di cannone e una bottiglia di rum. Spargendo terrore mano nella mano e scrivendo, a colpi di pistola, la storia della pirateria.

La morale di questa storia non è che prima o poi arriva il pirata azzurro che vuole ucciderti e poi ti sposa.

La morale di questa storia è: quando tutti si aspettano una spada, tu caccia la pistola. Tieni bene in testa che non puoi combattere per i tuoi sogni se non hai le armi giuste.

Le mimose fanno starnutire, la determinazione colpisce al cuore.

Il futuro che non c’era

lo starman di Elon Musk sul razzo Falcon Heavy

Certe volte il futuro succede all’improvviso. Ti alzi un giorno convinto di essere nel presente e invece bam! Fuori è già futuro, baby!

Ti affacci alla finestra, guardi il cielo sconfinato e ti sembra proprio di vederla quella Tesla rossa, che viaggia verso Marte con la scritta Don’t panic! in bella vista e un asciugamano nel cruscotto. Non si può più fermare, il futuro comincia a entrare da tutte le parti.

Apri la porta e spunta uno che progetta e vende macchine elettriche che si guidano da sole, apri la credenza ed esce fuori quello che progetta treni superveloci, da sotto il tappeto spunta quello che sta scavando tunnel sotto Los Angeles perché si annoiava a stare nel traffico, infine ti atterra un booster sul balcone e non ci capisci più niente. In tv ci sono i pooh che cantano a Sanremo e attorno a me c’è Elon Musk che spunta da tutte le parti.

Elon Musk è l’uomo del futuro. È colui che ha la soluzione a ogni problema.

Le emissioni di gas serra stanno distruggendo il pianeta e compromettendo la vita su di esso? La soluzione è Tesla Motors, la ditta che produce macchine elettriche super tecnologiche che si guidano da sole, non emettono CO2 e hanno prezzi abbordabili.

Il traffico a Los Angeles fa impazzire tutti? La soluzione è The Boring Company, la compagnia che scava tunnel sotterranei nei quali scorrono dei carrelli che permettono alla tua automobile di viaggiare velocissima ed evitare spiacevoli code.

L’esplorazione spaziale è in stallo per via degli elevati costi di produzione dei razzi? La soluzione è SpaceX, la compagnia che produce “razzi riciclabili”, i cui booster sono in grado di tornare indietro e atterrare senza nemmeno un graffio, così da poter essere riutilizzati.

Certe volte il futuro succede solo se ti rimbocchi le maniche e lo fai succedere.

Il 6 febbraio 2018 in tanti si sono rimboccati le maniche e hanno spedito il Falcon Heavy, (un razzo grande, molto grande, davvero tanto grande) verso Marte e oltre la cintura degli asteroidi. Su quel razzo c’è una Tesla rossa e una tuta spaziale che ascolta Starman di David Bowie.

Il 6 febbraio 2018 sarà ricordato come il giorno in cui i sogni si avverano, come il giorno in cui la tecnologia ha accorciato le distanze, il giorno in cui l’uomo è finalmente riuscito nell’impossibile.

Avrei voluto essere lì e invece, il 6 febbraio 2018, sono stata testimone di un altro evento più piccolo, ma altrettanto straordinario, irripetibile e indimenticabile: il treno delle 14:06 partito dalla stazione centrale di Benevento è arrivato alla stazione di Napoli centrale in perfetto orario, senza nessun blocco, malfunzionamento o ripensamento. Io ero lì, io l’ho vissuto quel momento, quella sensazione di normalità, di sollievo per qualcosa che finalmente funziona, quella sensazione di futuro che può arrivare. Sensazione che non rivivrò mai più, perché certe volte il futuro succede solo se sei lontano da qui.

Mia mamma è una copywriter

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Il fatto è questo: mia mamma mi chiama urlando e mi dice di andare dal fruttivendolo, sempre urlando mi elenca una serie di cose da prendere e poi mi fa “Dici che ti manda Dina, quella che porta fortuna”. Io scettica vado dal fruttivendolo, ripeto tutto quello che mi è stato ordinato e termino il monologo con “Mi manda Dina”, il fruttivendolo mi guarda spaesato, fissa il vuoto nel tentativo di capire, passa meno di un secondo e finalmente i neuroni si connettono con un rumore assordante, sollevato esclama “Ah Dina,quella che porta fortuna!”.

Mia mamma ha un payoff, tipo impossible is nothing, mia mamma è una copywriter.

Il secondo fatto è questo: avevo all’incirca 12/13 anni e colei che un giorno avrebbe portato fortuna decide che devo partecipare ad un concorso di McDonald’s per la festa della mamma, io da brava adolescente protesto in maniera molle ma lei è convinta e tira fuori una delle frasi che entrano nella storia del copywriting casalingo, una di quelle frasi che mi hanno fatto vincere, senza sforzo, una fantastica macchinetta fotografica a forma di patatine, una di quelle frasi così:

La mia mamma è come un Happy Meal: ha sempre una sorpresa!

Mia mamma sforna slogan senza tempo, mia mamma è una copywriter.

Il terzo fatto è questo: ad un certo punto la copywriter che porta fortuna decide di seguire un corso di Inglese, cosa che l’avrebbe portata ad essere fuori casa proprio quando noi altri tornavamo per il pranzo. Nel tentativo di non lasciarci nel panico si prese la briga di scriverci, per diversi mesi, dei bigliettini informativi su ciò che aveva preparato, poteva farlo in modo classico ma preferì dare sfogo alla creatività, i suddetti bigliettini erano infatti scritti ogni volta con una inflessione dialettale diversa, il modo di trascrivere le inflessioni dialettali lo ha creato lei dal nulla; ed erano così divertenti che non vedevamo l’ora che se ne andasse a fare il corso di inglese.

Mia mamma crea contenuti per aumentare la sua credibilità in famiglia, mia mamma è una copywriter.

Ma cos’è un copywriter? Si starà chiedendo qualcuno ma soprattutto mia mamma. Un copywriter è chi si occupa delle parole, non di tutte le parole ma principalmente di quelle necessarie a vendere un certo prodotto; si occupa quindi di scrivere testi pubblicitari, slogan, articoli, titoli, post-it ecc… In pratica è uno che dovrebbe convincerti a saltare giù dal letto alle sette di mattina dicendoti che sono le otto, dovrebbe convincerti che la camicia nuova era rosa anche prima che la mettessi in lavatrice, dovrebbe mentire volendoti bene, proprio come mia mamma.

Le 6 regole del “Fare teatro”

Pensate per me ma valide per tutti.

 

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È necessario. Non saprei trovare altre parole per spiegare perché sono piena di lividi, o perché torno a casa ricoperta di rossetto, o perché bastano poche ore di lavoro per sfinirmi.

È necessario smuoversi, agitarsi, andare a pescare le emozioni più dense che erano sedimentate sul fondo. Ritornare nel punto in cui ti faceva più male e capire le ragioni di quel dolore. Tornare lì nel punto in cui faceva più bene e capire le ragioni di quel piacere. Stare nel mezzo tra dolore e piacere e non sapere assolutamente dove andare. Ricercare sempre, ricercare tutto, non assecondare mai quel morire naturale, mantenersi vivi.

Fare teatro, è necessario.

Affermare di fare teatro è insieme una trappola ed una scappatoia. Il teatro è per natura, architettonica e ideologica, contenitore di tante cose e con l’affermazione “Io faccio teatro!” si sfugge facilmente alla necessità di dichiarare con onestà cosa diavolo si fa in teatro. Un po’ di esperienza l’ho maturata nel tempo, e proprio questa esperienza mi ha consentito di elaborare una mia personalissima definizione del “fare teatro” che comprende tante sensazioni, pensieri ed emozioni che è difficile tradurre in parole. Fare teatro è per me:

  1. Muoversi su un pavimento impolverato. Non importa quante volte sarà stato pulito, lo strato di polvere ci sarà sempre.
  2. Avere troppo caldo in estate e troppo freddo in inverno. Qualunque tipo di climatizzazione è impossibile.
  3. Lottare per la fluidità dei movimenti. L’acido lattico e la rigidità sono dietro l’angolo.
  4. Tornare a casa con lividi visibili. Sbattere contro il pavimento fa male.
  5. Tornare a casa con lividi invisibili. Sbattere contro le emozioni fa male.
  6. Abbattere ogni tipo di barriera relativa al contatto fisico. Resistere è inutile.

Quando faccio teatro non riesco a camminare per colpa dell’acido lattico nei muscoli, non riesco a pensare per colpa dell’affollamento di pensieri nella testa, ma riesco a vedere benissimo dove andare. Questo fa il teatro, ti abbatte fisicamente, ti confonde la testa, ma ti mostra chiara e precisa la strada da seguire. Lo fa a tutti, lo fa sempre.

Non sai dove andare? Prova a fare teatro troverai la tua strada!

Non Facciamone una tragedia

Fare di più non è fare meglio.

Rigoletto

Chi bazzica l’ambiente della cultura lo sa bene, chi bazzica Benevento lo sa anche meglio: fare di più non è fare meglio.

Mai vista in vita mia una fila ordinata per entrare ad un concerto al teatro romano. Tutti in fila per due, schierati come soldatini. Tutti tranquilli, ben consapevoli di dover rispettare la fila, persino i consiglieri comunali. Abbiamo scomodato i pezzi grossi, quando c’è Giuseppe Verdi in ballo non si scherza.
Fa caldo ma non caldissimo, il teatro è pieno ma non pienissimo, possiamo stare larghi, la fila si smaltisce veloce, tutti con il biglietto pronto in mano, sembra di essere altrove. Il pubblico dei grandi eventi culturali è ben schierato, Il Rigoletto ha un forte richiamo, c’è speranza quindi.
Chiacchieriamo allegri prima dell’inizio, siamo felici, la lirica è tornata dicono, ogni due tre anni torna sempre, eh ma stavolta promettono una rassegna vera!
Tutti promettono di far tornare la lirica me nessuno promette di farla restare.
Lo spettacolo che dovrebbe inaugurare una promettente rassegna di opera lirica non ha un manifesto, né una locandina, né un programma di sala, né nient’altro, all’ingresso si limitano a staccarti il biglietto con grandi sorrisoni e il libretto devi leggertelo sullo smartphone, benedetta tecnologia. Il biglietto costa 15 euro + 2 di prevendita e se non hai letto il comunicato stampa inviato ai giornali online non puoi nemmeno sapere i nomi dei cantanti, né chi è il regista o il direttore d’orchestra. Non c’è testimonianza cartacea o digitale che lo spettacolo inaugurale della promettente stagione lirica sia mai accaduto.
È un numero zero e si sprecano le promesse, si parla di qualità, di forte qualità, di intrattenimento di qualità, come quando devi fare la colonscopia e ti dicono che non sentirai niente.
Il caldo ora si comincia a sentire e il nervosismo mette in luce tutti i dettagli non curati: l’orchestra trasandata, la scenografia brutta, le luci oscene. La confusione, il disordine e l’approssimazione diventano rumorosi e si fanno notare troppo. Il pubblico è distratto, si chiacchiera amabilmente come se si fosse davanti al bar e i telefoni squillano più che a wall street. Gli applausi migliori vengono conservati per i temerari tecnici di palcoscenico che, evidentemente alle prime armi o alle ultime, riescono a smontare e montare due pannelli in un quarto d’ora. Stare seduti sui gradini duri del teatro romano, a guardare per la maggior parte del tempo lo smontaggio delle scene diventa un calvario. Finito il terzo atto il pubblico fugge via, provato dalle tante difficoltà, con il sedere a dolorante proprio come dopo una colonscopia.
L’approssimazione è la chiave di lettura di questo spettacolo, e forse di tutte le promesse iniziali, e forse della nostra intera esistenza.
L’affanno a voler fare di più, a mostrare sempre il profilo migliore, a non voler mai sbagliare, a non guardarsi intorno. L’ossessione continua di dover fare le cose come si facevano un tempo, quando c’erano i vecchi fasti, quando qua era tutta campagna. La cecità insensata verso quello che si crea di nuovo. La grettezza esasperante che accompagna ogni aspetto di vita sociale.
Il Rigoletto è bello perché lo ha scritto Giuseppe Verdi, il teatro romano è bello perché lo hanno costruito i romani, noi saremo ricordati soltanto come dei grandi smantellatori.
Ma non facciamone una tragedia.