Mia mamma è una copywriter

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Il fatto è questo: mia mamma mi chiama urlando e mi dice di andare dal fruttivendolo, sempre urlando mi elenca una serie di cose da prendere e poi mi fa “Dici che ti manda Dina, quella che porta fortuna”. Io scettica vado dal fruttivendolo, ripeto tutto quello che mi è stato ordinato e termino il monologo con “Mi manda Dina”, il fruttivendolo mi guarda spaesato, fissa il vuoto nel tentativo di capire, passa meno di un secondo e finalmente i neuroni si connettono con un rumore assordante, sollevato esclama “Ah Dina,quella che porta fortuna!”.

Mia mamma ha un payoff, tipo impossible is nothing, mia mamma è una copywriter.

Il secondo fatto è questo: avevo all’incirca 12/13 anni e colei che un giorno avrebbe portato fortuna decide che devo partecipare ad un concorso di McDonald’s per la festa della mamma, io da brava adolescente protesto in maniera molle ma lei è convinta e tira fuori una delle frasi che entrano nella storia del copywriting casalingo, una di quelle frasi che mi hanno fatto vincere, senza sforzo, una fantastica macchinetta fotografica a forma di patatine, una di quelle frasi così:

La mia mamma è come un Happy Meal: ha sempre una sorpresa!

Mia mamma sforna slogan senza tempo, mia mamma è una copywriter.

Il terzo fatto è questo: ad un certo punto la copywriter che porta fortuna decide di seguire un corso di Inglese, cosa che l’avrebbe portata ad essere fuori casa proprio quando noi altri tornavamo per il pranzo. Nel tentativo di non lasciarci nel panico si prese la briga di scriverci, per diversi mesi, dei bigliettini informativi su ciò che aveva preparato, poteva farlo in modo classico ma preferì dare sfogo alla creatività, i suddetti bigliettini erano infatti scritti ogni volta con una inflessione dialettale diversa, il modo di trascrivere le inflessioni dialettali lo ha creato lei dal nulla; ed erano così divertenti che non vedevamo l’ora che se ne andasse a fare il corso di inglese.

Mia mamma crea contenuti per aumentare la sua credibilità in famiglia, mia mamma è una copywriter.

Ma cos’è un copywriter? Si starà chiedendo qualcuno ma soprattutto mia mamma. Un copywriter è chi si occupa delle parole, non di tutte le parole ma principalmente di quelle necessarie a vendere un certo prodotto; si occupa quindi di scrivere testi pubblicitari, slogan, articoli, titoli, post-it ecc… In pratica è uno che dovrebbe convincerti a saltare giù dal letto alle sette di mattina dicendoti che sono le otto, dovrebbe convincerti che la camicia nuova era rosa anche prima che la mettessi in lavatrice, dovrebbe mentire volendoti bene, proprio come mia mamma.

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Le 6 regole del “Fare teatro”

Pensate per me ma valide per tutti.

 

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È necessario. Non saprei trovare altre parole per spiegare perché sono piena di lividi, o perché torno a casa ricoperta di rossetto, o perché bastano poche ore di lavoro per sfinirmi.

È necessario smuoversi, agitarsi, andare a pescare le emozioni più dense che erano sedimentate sul fondo. Ritornare nel punto in cui ti faceva più male e capire le ragioni di quel dolore. Tornare lì nel punto in cui faceva più bene e capire le ragioni di quel piacere. Stare nel mezzo tra dolore e piacere e non sapere assolutamente dove andare. Ricercare sempre, ricercare tutto, non assecondare mai quel morire naturale, mantenersi vivi.

Fare teatro, è necessario.

Affermare di fare teatro è insieme una trappola ed una scappatoia. Il teatro è per natura, architettonica e ideologica, contenitore di tante cose e con l’affermazione “Io faccio teatro!” si sfugge facilmente alla necessità di dichiarare con onestà cosa diavolo si fa in teatro. Un po’ di esperienza l’ho maturata nel tempo, e proprio questa esperienza mi ha consentito di elaborare una mia personalissima definizione del “fare teatro” che comprende tante sensazioni, pensieri ed emozioni che è difficile tradurre in parole. Fare teatro è per me:

  1. Muoversi su un pavimento impolverato. Non importa quante volte sarà stato pulito, lo strato di polvere ci sarà sempre.
  2. Avere troppo caldo in estate e troppo freddo in inverno. Qualunque tipo di climatizzazione è impossibile.
  3. Lottare per la fluidità dei movimenti. L’acido lattico e la rigidità sono dietro l’angolo.
  4. Tornare a casa con lividi visibili. Sbattere contro il pavimento fa male.
  5. Tornare a casa con lividi invisibili. Sbattere contro le emozioni fa male.
  6. Abbattere ogni tipo di barriera relativa al contatto fisico. Resistere è inutile.

Quando faccio teatro non riesco a camminare per colpa dell’acido lattico nei muscoli, non riesco a pensare per colpa dell’affollamento di pensieri nella testa, ma riesco a vedere benissimo dove andare. Questo fa il teatro, ti abbatte fisicamente, ti confonde la testa, ma ti mostra chiara e precisa la strada da seguire. Lo fa a tutti, lo fa sempre.

Non sai dove andare? Prova a fare teatro troverai la tua strada!

Non Facciamone una tragedia

Fare di più non è fare meglio.

Rigoletto

Chi bazzica l’ambiente della cultura lo sa bene, chi bazzica Benevento lo sa anche meglio: fare di più non è fare meglio.

Mai vista in vita mia una fila ordinata per entrare ad un concerto al teatro romano. Tutti in fila per due, schierati come soldatini. Tutti tranquilli, ben consapevoli di dover rispettare la fila, persino i consiglieri comunali. Abbiamo scomodato i pezzi grossi, quando c’è Giuseppe Verdi in ballo non si scherza.
Fa caldo ma non caldissimo, il teatro è pieno ma non pienissimo, possiamo stare larghi, la fila si smaltisce veloce, tutti con il biglietto pronto in mano, sembra di essere altrove. Il pubblico dei grandi eventi culturali è ben schierato, Il Rigoletto ha un forte richiamo, c’è speranza quindi.
Chiacchieriamo allegri prima dell’inizio, siamo felici, la lirica è tornata dicono, ogni due tre anni torna sempre, eh ma stavolta promettono una rassegna vera!
Tutti promettono di far tornare la lirica me nessuno promette di farla restare.
Lo spettacolo che dovrebbe inaugurare una promettente rassegna di opera lirica non ha un manifesto, né una locandina, né un programma di sala, né nient’altro, all’ingresso si limitano a staccarti il biglietto con grandi sorrisoni e il libretto devi leggertelo sullo smartphone, benedetta tecnologia. Il biglietto costa 15 euro + 2 di prevendita e se non hai letto il comunicato stampa inviato ai giornali online non puoi nemmeno sapere i nomi dei cantanti, né chi è il regista o il direttore d’orchestra. Non c’è testimonianza cartacea o digitale che lo spettacolo inaugurale della promettente stagione lirica sia mai accaduto.
È un numero zero e si sprecano le promesse, si parla di qualità, di forte qualità, di intrattenimento di qualità, come quando devi fare la colonscopia e ti dicono che non sentirai niente.
Il caldo ora si comincia a sentire e il nervosismo mette in luce tutti i dettagli non curati: l’orchestra trasandata, la scenografia brutta, le luci oscene. La confusione, il disordine e l’approssimazione diventano rumorosi e si fanno notare troppo. Il pubblico è distratto, si chiacchiera amabilmente come se si fosse davanti al bar e i telefoni squillano più che a wall street. Gli applausi migliori vengono conservati per i temerari tecnici di palcoscenico che, evidentemente alle prime armi o alle ultime, riescono a smontare e montare due pannelli in un quarto d’ora. Stare seduti sui gradini duri del teatro romano, a guardare per la maggior parte del tempo lo smontaggio delle scene diventa un calvario. Finito il terzo atto il pubblico fugge via, provato dalle tante difficoltà, con il sedere a dolorante proprio come dopo una colonscopia.
L’approssimazione è la chiave di lettura di questo spettacolo, e forse di tutte le promesse iniziali, e forse della nostra intera esistenza.
L’affanno a voler fare di più, a mostrare sempre il profilo migliore, a non voler mai sbagliare, a non guardarsi intorno. L’ossessione continua di dover fare le cose come si facevano un tempo, quando c’erano i vecchi fasti, quando qua era tutta campagna. La cecità insensata verso quello che si crea di nuovo. La grettezza esasperante che accompagna ogni aspetto di vita sociale.
Il Rigoletto è bello perché lo ha scritto Giuseppe Verdi, il teatro romano è bello perché lo hanno costruito i romani, noi saremo ricordati soltanto come dei grandi smantellatori.
Ma non facciamone una tragedia.

Le ragazze salveranno il mondo

Wonder Woman e il femminismo buono

wonder woman e il femminismo

Le ragazze salveranno il mondo. Non è un motto banale da femminismo ma è un dato di fatto. Wonder Woman l’ha dimostrato concretamente: si può essere donne, si può essere protagoniste della propria storia e si può risollevare le sorti della DC comics con un film pieno di momenti altissimi malgrado le tonnellate di effetti digitali. Non è facile maturare tutto quel coraggio, esporre così chiaramente un personaggio femminile che decide da sé la sua strada, che deve raggiungere un obiettivo e guai a chi si trova sul suo cammino. Non è facile mostrare una donna vera, che non ha le palle perché le donne non ce le hanno le palle, ma che che ha tutto il resto, che attraversa senza paura un campo di battaglia, che difende chi ha bisogno di aiuto, che ha la pazienza di sopportare tanti “No, non puoi, le donne non fanno così”. Non è facile andare oltre il costumino attillato ed i super poteri, battere il record di incassi eppure parlare di cose importanti tipo “Perché gli uomini fanno la guerra?”.

Wonder Woman è una piccola rivoluzione che era stata dimenticata e che ora, grazie a Patty Jenkins può tornare a risplendere. Una rivoluzione nata quasi ottant’anni fa, dalla testa di un teorico del femminismo, William Moulton Marston che dichiarava:

“Il miglior rimedio per rivalorizzare le qualità delle donne è creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman ed in più il fascino di una donna brava e bella”

Marston crebbe vicino al movimento delle suffragette, e questo lo influenzò non poco nella creazione del personaggio di Wonder Woman, fu anche l’inventore della prima macchina della verità, che purtroppo non era un Lazo, ma la cosa più sorprendente è che era femminista nonostante fosse un uomo.

Abbiamo la sfortuna di vivere l’epoca del Mai una Gioia, un epoca estremamente ambigua: ogni rivoluzione e slancio che potrebbero portare ad un futuro vero, vicino, tangibile vengono sistematicamente smorzati, sminuiti, mortificati. La tecnologia avanza, le menti regrediscono. Un futuro vero non si potrà avere se gli uomini continueranno a negare l’evidenza che le ragazze salveranno il mondo. C’è bisogno di femminismo e intelligenza. C’è bisogno di femminismo buono, quello che non rivendica attributi genitali penzuli sulle donne, ma che incoraggia la parità, il femminismo fatto di donne che vanno avanti per la loro strada e uomini che non cercano di prevaricarle. C’è bisogno di intelligenza buona, quella che incenerisce tutti gli stereotipi, che urla che anche gli uomini piangono e che le donne sono nervose anche quando non hanno il ciclo. C’è bisogno di andare avanti, e c’è bisogno di guardare agli eroi veri, reali, viventi, perché ci sono e sono anche in tanti.

C’è bisogno di andare avanti e c’è bisogno di farlo insieme. I ragazzi salvano la giornata. Le ragazze salveranno il mondo.

Allenamento alla timidezza

la timidezza è un muro alto

Io sono timida. Di una timidezza ostinata, incrostata, ingiustificata. Di quel tipo di timidezza che non ci credi quanto sia limitante e ridicola a volte. Esattamente di quel tipo di timidezza che più o meno in ogni situazione ti costringe a due scelte: restare paralizzata in un angolo o agire fingendo disinvoltura, quel tipo di timidezza che comprime e nasconde tutto il resto.

Vivere felici mentre si è in balia di un limite così grande è molto faticoso. È avvilente vedere tutti quelli che ti circondano spazientirsi per l’ennesimo silenzio costretto, per un altro desiderio inespresso, per quella porta che proprio non si riesce ad aprire. La timidezza è un muro alto, non puoi far finta che non ci sia, e non puoi abbatterlo a testate, devi allenarti a scalarlo. Trent’anni di finta disinvoltura e silenzi paralizzanti sono troppi, è arrivato il momento di scalare questo muro.

Le potenzialità per affrontare i nostri limiti ce le abbiamo tutti, serve solo tirarle fuori con il giusto allenamento. Ed il mio allenamento è in continua evoluzione, sono tosta io, non mollo mai. Per assecondare il mantra base del mio allenamento, ovvero non chiuderti nella tua testa , ho pensato bene di condividere qui la mia routine di esercizi spirituali e non, esponendo il lato più nascosto di me, ovvero il lato che suda freddo al solo pensiero di dover cliccare sul tasto pubblica…

Allenamento alla Timidezza – esercizi base

  • La tenuta dello sguardo: esercizio base, molto facile. Identificare un paio di occhi interessati, non abbassare lo sguardo, rilassare i muscoli, sorridere con l’anima. Ricordarsi di farlo quando è richiesto, evitare fortemente di fissare gli sconosciuti con gli occhi sgranati.
  • Esercizi spirituali per affrontare un citofono: esercizio avanzato, difficoltà media. Controllare il nome sul citofono almeno cinque volte, non scappare, premere il pulsante, rilassare la testa e fermare i muscoli, alla domanda “chi è?” rispondere come fanno tutti dimenticando ogni impulso di creatività: “sono io”.
  • Sorprendere un cretino: esercizio avanzato, difficoltà variabile in base al cretino. La condizione dell’avere a che fare con un cretino è già di per sé stressante, l’importante è non perdere la concentrazione, lasciarlo parlare, ed alla classica domanda “ma tu non dici mai niente?” rispondere con un sorriso e dire la verità “sei un cretino!”  “ Non sputi mai a terra?” “ E tu dici solo stronzate?” “Scusami, sono un po’ timida”.
  • Il salto mortale dell’iniziativa: acrobazia complicata, difficoltà massima, richiede un riscaldamento particolare ed una pratica costante. Procedere per step:  identificare una volontà, non farsi seghe mentali, dichiarare la volontà ad alta voce, non farsi seghe mentali, identificare le azioni che portano alla realizzazione della volontà, non farsi seghe mentali, ed infine non farsi seghe mentali e fare il primo passo.

Perché l’allenamento porti a dei risultati è necessaria la costanza, raggiungere la forma mentale ed emotiva per convivere con la timidezza è un lavoro lungo, fatto di piccoli successi che non tutti riusciranno a notare, piccoli movimenti, respiri, sguardi che poco alla volta diventano sempre più naturali e necessari. Bisogna andare avanti senza strappi, con naturalezza, e con un po’ di pazienza.

Perché l’allenamento porti a dei risultati è necessaria la contaminazione, il demone della pigrizia è sempre in agguato e attingere ad immagini, esempi e pratiche diverse è una buona idea per mantenere viva l’attenzione e non perdere di vista l’obiettivo. E qui chiedo aiuto a chi legge, ho bisogno di contaminazione.
Come vi allenate a superare i vostri limiti? Quale esercizio è particolarmente efficace per voi? Qual è il vostro obiettivo più importante?

Tornare in forma

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È tutta una questione di ritmo, uno-due-aria uno-due-aria, all’inizio bisogna restare concentrati ma poi, poco alla volta il corpo lo memorizza e va da solo, uno-due-aria uno-due-aria. I muscoli sono intelligenti, mica come il cervello. Se il muscolo impara una cosa poi non se la scorda più, il cervello invece impara e dimentica, nulla è importante se non se stesso. Andare un po’ oltre il dolore, ecco cosa vuol dire allenare i muscoli, arrivare sul bordo della fatica ed insistere ed insistere ancora, altri cinque minuti, poi domani non farà più male, o meglio domani farà malissimo ma poi al prossimo allenamento non farà più male, fidati cervello è così.

Il momento preferito del mio allenamento è quando riesco a vedere la mia ombra sul fondo della piscina, che si allunga a cercare l’acqua e poi scivola veloce come se stesse volando. Non sembra fare alcuna fatica lei, mentre io ho la faccia che mi brucia per lo sforzo ed il cuore che martella il petto e la testa che impone di fermarmi ed andare fuori da lì a cercare una morte migliore, magari sul divano vedendo Daredevil. Tutto in me grida che non ce la posso fare, ma poi c’è quell’ombra che non aspetta altro che il copro vada da solo. Uno-due-aria ancora più veloce, uno-due-aria adesso si che ci sei, uno-due-aria scivola e spingi, con tutta la forza che hai, le braccia forti e le gambe potenti ed il fiato un po’ corto, ma la testa è leggera, non ci sono pensieri, non ci sono problemi, c’è solo un ritmo in testa e la voglia di ritrovare quella forma fisica che ormai sembra perduta.

Ecco l’ho detto sono fuori forma! È piuttosto evidente lo so, mi affatico subito, sbuffo in continuazione, non sorrido più, faccio fatica a togliermi il pigiama, insomma è un brutto periodo, non vedo nemmeno l’ombra sul fondo della piscina. E più mi dico che per tornare in forma ci vuole tenacia ed allenamento più tutto sembra inutile.

Tornare in forma alle volte è questione di un attimo. Ma non un attimo qualsiasi, ci vuole quello giusto, quel momento in cui realizzi che non è vero che non puoi farcela. Quel momento in cui ti senti forte, caspita se ti senti forte, e allora l’acqua scivola veloce e non senti la fatica e potresti andare avanti ancora ed è divertente perché ti senti bene, perché sai che hai superato un limite importante. Da lì in poi niente ti spaventa.

Credevo che una parte di me si fosse persa per sempre, credevo che quell’ombra leggera fosse solo la mia immaginazione, credevo che la motivazione non tornasse più. Poi, dopo l’ennesimo uno-due-aria mi è scappato un sorriso, non so da dove venisse, poi me ne è scappato un altro ed un altro ancora, poi abbiamo fatto non so quante vasche in velocità ed ho smesso di sorridere per prendere fiato però alla fine ho sorriso di nuovo. Era quell’attimo, sono tornata. E ora zitta e nuota!

I Pilastri della Terra

Non iniziare qualcosa che non puoi finire.

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Un libro di mille e trenta pagine è qualcosa che forse non si può finire, o che  ci metti un po’ a finirlo ma poi vuoi mettere la soddisfazione?! Non è stata la mia prima volta, ci sono già passata per quelle emozioni contrastanti che provi nel tenere in mano qualcosa che assomiglia, per peso e dimensioni, ad un mattone ma che non lo è. E pensi: quanti alberi saranno morti per questo volume? Ci sarà ancora abbastanza ossigeno quando arriverò alla fine? Gli scaffali reggeranno un peso simile o dovrò comprare altri scaffali ed uccidere altri alberi? Affrontare un libro di mille e trenta pagine è più che altro una questione ecologica, ed il fatto che I Pilastri della Terra di Ken Follet sia un best seller da 14 milioni di copie fa pensare. In fondo anche la cultura può avere un impatto ambientale, alla faccia tua petrolio!

I pilastri della terra non è solo un libro, è una sorta di dispositivo cartaceo che ti immerge in una realtà alternativa,  è il medioevo che ti si materializza davanti agli occhi. È una storia medievale in medievalesco tono (parafrasando Stevenson);  è il rumore delle spade, lo scalpitare dei cavalli, la puzza di letame e di sporco, il freddo e la vita prima degli antibiotici. È la storia della costruzione della cattedrale del priorato di Kingsbridge, dal 1123 al 1174. Cinquantuno anni di vicende ed intrecci e di sfighe infilate una dietro l’altra che ti incollano al mattoncino.  La storia è sempre quella: ci sono i buoni, che di default tendono a farsi i fatti loro, ed i cattivi che invece devono andare a molestare i buoni.  Nel medioevo i buoni sono tutti quelli che cercano di sopravvivere onestamente,  gli spiriti animati da grandi sentimenti , sono  innamorati, fedeli a Dio, umili, disarmati; ed i cattivi sono invece avidi, crudeli, armati di qualunque cosa, sempre a cavallo, e ostinati a rovinare la vita di tutti. La guerra per la successione al trono di Re Enrico I fa da sfondo ai vari intrecci,  che vedono i nobili, privilegiati, impegnati a contrastare una sorta di borghesia nascente.

L’aspetto più interessante della storia  è l’attenzione con cui vengono raccontate le varie fasi di costruzione della cattedrale, dal progetto disegnato nel gesso fino alle realizzazioni degli archi a sesto acuto, delle vetrate, dei transetti, del cleristorio.  È tutto uno scolpire pietre ed inscrivere rombi in quadrati e poi in cerchi,  lottare contro l’altezza ed il vento e trovare soluzioni belle.  Fuori dalla cattedrale ogni tensione viene risolta con una scorreria, fiumi di sangue e niente più; ma dentro la cattedrale ogni tensione deve portare al bello, alla luce, alla crescita. Fuori è medioevo dentro è il futuro.

I pilastri della terra è un libro lungo, troppo lungo, ha troppi protagonisti e troppe vicende.  Portarle avanti tutte e cercare di incastrarle con gli avvenimenti storici è faticoso e certe volte se ne percepisce la forzatura. Nascosto fra i gomitoli di intrecci c’è però un messaggio importante:  non iniziare qualcosa che non puoi finire, che sia la cattedrale o il libro in sé.  Non bisogna dare per scontati il futuro e la bellezza, sono processi complicati che richiedono tante crisi, la soddisfazione sarà arrivare alla fine, della cattedrale o del libro in sé.