Le ragazze salveranno il mondo

Wonder Woman e il femminismo buono

wonder woman e il femminismo

Le ragazze salveranno il mondo. Non è un motto banale da femminismo ma è un dato di fatto. Wonder Woman l’ha dimostrato concretamente: si può essere donne, si può essere protagoniste della propria storia e si può risollevare le sorti della DC comics con un film pieno di momenti altissimi malgrado le tonnellate di effetti digitali. Non è facile maturare tutto quel coraggio, esporre così chiaramente un personaggio femminile che decide da sé la sua strada, che deve raggiungere un obiettivo e guai a chi si trova sul suo cammino. Non è facile mostrare una donna vera, che non ha le palle perché le donne non ce le hanno le palle, ma che che ha tutto il resto, che attraversa senza paura un campo di battaglia, che difende chi ha bisogno di aiuto, che ha la pazienza di sopportare tanti “No, non puoi, le donne non fanno così”. Non è facile andare oltre il costumino attillato ed i super poteri, battere il record di incassi eppure parlare di cose importanti tipo “Perché gli uomini fanno la guerra?”.

Wonder Woman è una piccola rivoluzione che era stata dimenticata e che ora, grazie a Patty Jenkins può tornare a risplendere. Una rivoluzione nata quasi ottant’anni fa, dalla testa di un teorico del femminismo, William Moulton Marston che dichiarava:

“Il miglior rimedio per rivalorizzare le qualità delle donne è creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman ed in più il fascino di una donna brava e bella”

Marston crebbe vicino al movimento delle suffragette, e questo lo influenzò non poco nella creazione del personaggio di Wonder Woman, fu anche l’inventore della prima macchina della verità, che purtroppo non era un Lazo, ma la cosa più sorprendente è che era femminista nonostante fosse un uomo.

Abbiamo la sfortuna di vivere l’epoca del Mai una Gioia, un epoca estremamente ambigua: ogni rivoluzione e slancio che potrebbero portare ad un futuro vero, vicino, tangibile vengono sistematicamente smorzati, sminuiti, mortificati. La tecnologia avanza, le menti regrediscono. Un futuro vero non si potrà avere se gli uomini continueranno a negare l’evidenza che le ragazze salveranno il mondo. C’è bisogno di femminismo e intelligenza. C’è bisogno di femminismo buono, quello che non rivendica attributi genitali penzuli sulle donne, ma che incoraggia la parità, il femminismo fatto di donne che vanno avanti per la loro strada e uomini che non cercano di prevaricarle. C’è bisogno di intelligenza buona, quella che incenerisce tutti gli stereotipi, che urla che anche gli uomini piangono e che le donne sono nervose anche quando non hanno il ciclo. C’è bisogno di andare avanti, e c’è bisogno di guardare agli eroi veri, reali, viventi, perché ci sono e sono anche in tanti.

C’è bisogno di andare avanti e c’è bisogno di farlo insieme. I ragazzi salvano la giornata. Le ragazze salveranno il mondo.

Allenamento alla timidezza

la timidezza è un muro alto

Io sono timida. Di una timidezza ostinata, incrostata, ingiustificata. Di quel tipo di timidezza che non ci credi quanto sia limitante e ridicola a volte. Esattamente di quel tipo di timidezza che più o meno in ogni situazione ti costringe a due scelte: restare paralizzata in un angolo o agire fingendo disinvoltura, quel tipo di timidezza che comprime e nasconde tutto il resto.

Vivere felici mentre si è in balia di un limite così grande è molto faticoso. È avvilente vedere tutti quelli che ti circondano spazientirsi per l’ennesimo silenzio costretto, per un altro desiderio inespresso, per quella porta che proprio non si riesce ad aprire. La timidezza è un muro alto, non puoi far finta che non ci sia, e non puoi abbatterlo a testate, devi allenarti a scalarlo. Trent’anni di finta disinvoltura e silenzi paralizzanti sono troppi, è arrivato il momento di scalare questo muro.

Le potenzialità per affrontare i nostri limiti ce le abbiamo tutti, serve solo tirarle fuori con il giusto allenamento. Ed il mio allenamento è in continua evoluzione, sono tosta io, non mollo mai. Per assecondare il mantra base del mio allenamento, ovvero non chiuderti nella tua testa , ho pensato bene di condividere qui la mia routine di esercizi spirituali e non, esponendo il lato più nascosto di me, ovvero il lato che suda freddo al solo pensiero di dover cliccare sul tasto pubblica…

Allenamento alla Timidezza – esercizi base

  • La tenuta dello sguardo: esercizio base, molto facile. Identificare un paio di occhi interessati, non abbassare lo sguardo, rilassare i muscoli, sorridere con l’anima. Ricordarsi di farlo quando è richiesto, evitare fortemente di fissare gli sconosciuti con gli occhi sgranati.
  • Esercizi spirituali per affrontare un citofono: esercizio avanzato, difficoltà media. Controllare il nome sul citofono almeno cinque volte, non scappare, premere il pulsante, rilassare la testa e fermare i muscoli, alla domanda “chi è?” rispondere come fanno tutti dimenticando ogni impulso di creatività: “sono io”.
  • Sorprendere un cretino: esercizio avanzato, difficoltà variabile in base al cretino. La condizione dell’avere a che fare con un cretino è già di per sé stressante, l’importante è non perdere la concentrazione, lasciarlo parlare, ed alla classica domanda “ma tu non dici mai niente?” rispondere con un sorriso e dire la verità “sei un cretino!”  “ Non sputi mai a terra?” “ E tu dici solo stronzate?” “Scusami, sono un po’ timida”.
  • Il salto mortale dell’iniziativa: acrobazia complicata, difficoltà massima, richiede un riscaldamento particolare ed una pratica costante. Procedere per step:  identificare una volontà, non farsi seghe mentali, dichiarare la volontà ad alta voce, non farsi seghe mentali, identificare le azioni che portano alla realizzazione della volontà, non farsi seghe mentali, ed infine non farsi seghe mentali e fare il primo passo.

Perché l’allenamento porti a dei risultati è necessaria la costanza, raggiungere la forma mentale ed emotiva per convivere con la timidezza è un lavoro lungo, fatto di piccoli successi che non tutti riusciranno a notare, piccoli movimenti, respiri, sguardi che poco alla volta diventano sempre più naturali e necessari. Bisogna andare avanti senza strappi, con naturalezza, e con un po’ di pazienza.

Perché l’allenamento porti a dei risultati è necessaria la contaminazione, il demone della pigrizia è sempre in agguato e attingere ad immagini, esempi e pratiche diverse è una buona idea per mantenere viva l’attenzione e non perdere di vista l’obiettivo. E qui chiedo aiuto a chi legge, ho bisogno di contaminazione.
Come vi allenate a superare i vostri limiti? Quale esercizio è particolarmente efficace per voi? Qual è il vostro obiettivo più importante?

Tornare in forma

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È tutta una questione di ritmo, uno-due-aria uno-due-aria, all’inizio bisogna restare concentrati ma poi, poco alla volta il corpo lo memorizza e va da solo, uno-due-aria uno-due-aria. I muscoli sono intelligenti, mica come il cervello. Se il muscolo impara una cosa poi non se la scorda più, il cervello invece impara e dimentica, nulla è importante se non se stesso. Andare un po’ oltre il dolore, ecco cosa vuol dire allenare i muscoli, arrivare sul bordo della fatica ed insistere ed insistere ancora, altri cinque minuti, poi domani non farà più male, o meglio domani farà malissimo ma poi al prossimo allenamento non farà più male, fidati cervello è così.

Il momento preferito del mio allenamento è quando riesco a vedere la mia ombra sul fondo della piscina, che si allunga a cercare l’acqua e poi scivola veloce come se stesse volando. Non sembra fare alcuna fatica lei, mentre io ho la faccia che mi brucia per lo sforzo ed il cuore che martella il petto e la testa che impone di fermarmi ed andare fuori da lì a cercare una morte migliore, magari sul divano vedendo Daredevil. Tutto in me grida che non ce la posso fare, ma poi c’è quell’ombra che non aspetta altro che il copro vada da solo. Uno-due-aria ancora più veloce, uno-due-aria adesso si che ci sei, uno-due-aria scivola e spingi, con tutta la forza che hai, le braccia forti e le gambe potenti ed il fiato un po’ corto, ma la testa è leggera, non ci sono pensieri, non ci sono problemi, c’è solo un ritmo in testa e la voglia di ritrovare quella forma fisica che ormai sembra perduta.

Ecco l’ho detto sono fuori forma! È piuttosto evidente lo so, mi affatico subito, sbuffo in continuazione, non sorrido più, faccio fatica a togliermi il pigiama, insomma è un brutto periodo, non vedo nemmeno l’ombra sul fondo della piscina. E più mi dico che per tornare in forma ci vuole tenacia ed allenamento più tutto sembra inutile.

Tornare in forma alle volte è questione di un attimo. Ma non un attimo qualsiasi, ci vuole quello giusto, quel momento in cui realizzi che non è vero che non puoi farcela. Quel momento in cui ti senti forte, caspita se ti senti forte, e allora l’acqua scivola veloce e non senti la fatica e potresti andare avanti ancora ed è divertente perché ti senti bene, perché sai che hai superato un limite importante. Da lì in poi niente ti spaventa.

Credevo che una parte di me si fosse persa per sempre, credevo che quell’ombra leggera fosse solo la mia immaginazione, credevo che la motivazione non tornasse più. Poi, dopo l’ennesimo uno-due-aria mi è scappato un sorriso, non so da dove venisse, poi me ne è scappato un altro ed un altro ancora, poi abbiamo fatto non so quante vasche in velocità ed ho smesso di sorridere per prendere fiato però alla fine ho sorriso di nuovo. Era quell’attimo, sono tornata. E ora zitta e nuota!

I Pilastri della Terra

Non iniziare qualcosa che non puoi finire.

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Un libro di mille e trenta pagine è qualcosa che forse non si può finire, o che  ci metti un po’ a finirlo ma poi vuoi mettere la soddisfazione?! Non è stata la mia prima volta, ci sono già passata per quelle emozioni contrastanti che provi nel tenere in mano qualcosa che assomiglia, per peso e dimensioni, ad un mattone ma che non lo è. E pensi: quanti alberi saranno morti per questo volume? Ci sarà ancora abbastanza ossigeno quando arriverò alla fine? Gli scaffali reggeranno un peso simile o dovrò comprare altri scaffali ed uccidere altri alberi? Affrontare un libro di mille e trenta pagine è più che altro una questione ecologica, ed il fatto che I Pilastri della Terra di Ken Follet sia un best seller da 14 milioni di copie fa pensare. In fondo anche la cultura può avere un impatto ambientale, alla faccia tua petrolio!

I pilastri della terra non è solo un libro, è una sorta di dispositivo cartaceo che ti immerge in una realtà alternativa,  è il medioevo che ti si materializza davanti agli occhi. È una storia medievale in medievalesco tono (parafrasando Stevenson);  è il rumore delle spade, lo scalpitare dei cavalli, la puzza di letame e di sporco, il freddo e la vita prima degli antibiotici. È la storia della costruzione della cattedrale del priorato di Kingsbridge, dal 1123 al 1174. Cinquantuno anni di vicende ed intrecci e di sfighe infilate una dietro l’altra che ti incollano al mattoncino.  La storia è sempre quella: ci sono i buoni, che di default tendono a farsi i fatti loro, ed i cattivi che invece devono andare a molestare i buoni.  Nel medioevo i buoni sono tutti quelli che cercano di sopravvivere onestamente,  gli spiriti animati da grandi sentimenti , sono  innamorati, fedeli a Dio, umili, disarmati; ed i cattivi sono invece avidi, crudeli, armati di qualunque cosa, sempre a cavallo, e ostinati a rovinare la vita di tutti. La guerra per la successione al trono di Re Enrico I fa da sfondo ai vari intrecci,  che vedono i nobili, privilegiati, impegnati a contrastare una sorta di borghesia nascente.

L’aspetto più interessante della storia  è l’attenzione con cui vengono raccontate le varie fasi di costruzione della cattedrale, dal progetto disegnato nel gesso fino alle realizzazioni degli archi a sesto acuto, delle vetrate, dei transetti, del cleristorio.  È tutto uno scolpire pietre ed inscrivere rombi in quadrati e poi in cerchi,  lottare contro l’altezza ed il vento e trovare soluzioni belle.  Fuori dalla cattedrale ogni tensione viene risolta con una scorreria, fiumi di sangue e niente più; ma dentro la cattedrale ogni tensione deve portare al bello, alla luce, alla crescita. Fuori è medioevo dentro è il futuro.

I pilastri della terra è un libro lungo, troppo lungo, ha troppi protagonisti e troppe vicende.  Portarle avanti tutte e cercare di incastrarle con gli avvenimenti storici è faticoso e certe volte se ne percepisce la forzatura. Nascosto fra i gomitoli di intrecci c’è però un messaggio importante:  non iniziare qualcosa che non puoi finire, che sia la cattedrale o il libro in sé.  Non bisogna dare per scontati il futuro e la bellezza, sono processi complicati che richiedono tante crisi, la soddisfazione sarà arrivare alla fine, della cattedrale o del libro in sé.

Ma che bella giornata

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Lo dovevo capire che era una giornata di merda, i segni c’erano tutti: il sole, la temperatura mite, la gente che mi riconosce per strada e mi dice “Bentornata!” malgrado non me ne sia mai andata. Era chiaro, lo dovevo capire. L’ho sempre saputo che vivere in un paesino di provincia non è come vivere altrove. Nella provincia collinare le regole della civiltà e della società sono naturalmente diverse, mutate, aggirabili e sacrificabili, in favore di una scomodità assurda. Tutto deve essere scomodo perché favorisce questo o quell’altro, tutto deve essere incoerente perché ognuno ha diritto al suo turno, e tutti sono felici perché si vive tanto bene. Nella provincia collinare il vivere bene è evidentemente scollegato dall’avere l’acqua corrente la sera, o un semaforo mai funzionante, o i vicini di casa che rovistano nella tua spazzatura; nella provincia collinare il vivere bene è del tutto virtuale, sintonizzato sulle fiction di raiuno e sulle partite del Napoli.

Avrei dovuto capirlo che era una giornata di merda dalla facilità con cui ho denunciato il furto del mio portafoglio con soldi, carte e documenti;  “è tutto a posto” mi fa il carabiniere, “solo che la patente non è duplicabile e quindi devi andare alla motorizzazione e pagare i bollettini”. Mi hanno rubato il portafoglio ho ripetuto io, non ho soldi. Avrei dovuto capirlo che era una giornata di merda dall’allegria molesta dell’addetta all’anagrafe che prima mi manda via perché la fotocopiatrice è rotta, poi però sentendo il mio cognome cambia idea e diventa la mia migliore amica, entriamo in confidenze e provo chiederle di cambiare la voce professione “ti sei laureata” mi chiede “no” le rispondo ; “Oltre il danno la beffa” mi fa “siccome è un duplicato devi pagare dieci euro e cinquantotto” mi fa “ ma è tutto a posto”mi fa, e mi consegna una carta d’identità nuova, nuovissima con scadenza 2027 dove campeggia marcato a fuoco uno STUDENTESSA alto così. Lo dovevo capire che era una giornata di merda dalla velocità con cui  mi hanno attivato la carta di credito nuova, clic, clic, clic “è tutto a posto” mi fa il solerte banchiere ed invece no, niente è a posto, e nessuno risponde al telefono, ed io continuo ad essere senza soldi.

Io non credo nella sfiga, la sfiga è per quelli che credono che le cose accadano per caso, io credo nell’incapacità delle persone, nella pigrizia, nell’incompetenza. Sei incompetente se invece di risolvermi un problema me ne crei uno nuovo, sei incapace se invece di facilitarmi le cose me le complichi, sei pigro se non vuoi fare un piano di scale per usare la fotocopiatrice che funziona. Lo dovevo capire che era una giornata di merda, era tutto a posto.

Welcome to the Solita Vita

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Ore sei e trenta del mattino e la sveglia inizia il suo lavoro cantando beatamente il tema di Indiana Jones per più o meno un’oretta ad intervalli di dieci minuti. I riflessi pronti e la mente attiva mi permettono di smorzarla ad occhi chiusi, nel buio, muovendo solo i muscoli necessari e non sbagliando il percorso della mano che deve attraversare montagne di libri aperti e bottiglie d’acqua piene. Sono un ninja. Neanche il tempo di spegnere la sveglia che le solite voci cominciano a sussurrare seducenti la storia degli altri cinque minuti e poi mi alzo; è troppo presto, troppo freddo e troppo innaturale scendere dal letto; la colonna vertebrale umana non è fatta per essere in verticale, l’uomo è un essere adatto a strisciare sulla schiena; vuoi sentire altre scuse pseudoscientifiche ne possiamo inventare a bizzeffe? No. Grazie. Nessuno ha chiesto la vostra opinione, malefiche voci seducenti, se ho messo la sveglia a quell’ora c’è un motivo preciso. Quindi alziamoci da questo letto che c’è del lavoro da fare. Sono le otto e mezza e siamo già in ritardo.

Welcome to the solita vita. La solita vita passata a rincorrere il tempo che non è mai abbastanza. Non è abbastanza per dormire, non è abbastanza per studiare, non è abbastanza per guardarsi intorno, è il tempo che basta a malapena a mettere su uno spettacolino per bambini. La solita vita passata a pianificare, ottimizzare e definire delle priorità che vengono poi matematicamente smantellate. La solita vita passata tra polvere e sudore, a ripetere le stesse parole ancora e ancora e ancora senza trovare mai il modo più giusto di dirle. La solita vita che ti lascia senza parole esattamente quando te l’aspetti. E allora si riprova, tutto dall’inizio, con il giusto ritmo, perché la solita vita ha un ritmo preciso e guai ad entrare fuori tempo. La solita vita che è una lotta tra balene in uno stagno piccolo, affamate di autorevolezza e attenzioni. Ma come ci sono finite le balene nello stagno? Sono ninja anche loro?

La solita vita che cambia in continuazione e non fai in tempo ad abituarti. Corri, arranchi, lotti contro gli innumerevoli ostacoli e contro l’abitudine stessa, cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi ancora, pieno di lividi, con il cuore a pezzi e la dignità vivissima, vai avanti senza fermarti, senza guardare mai indietro. La solita vita di chi ha capito che dal momento che la scegli sarà solo più difficile. Il nero che circonda tutto ed il buio che diventa un amico, ed un confine netto con la luce che ti aspetta. Non perdere il cuore, dice la voce saggia, e se puoi mantieni anche la testa, dice quella preoccupata. Salvate le balene dice quella di Greenpeace.

Il buio oltre il proscenio

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L’essere una procrastinatrice professionista mi permette di riconoscere con un’occhiata chi sta cercando solo scuse. Con quell’aria seria come se dovesse piovere per sempre, con quelle spalle curve dal peso di mille e mille bugie, con lo sguardo velato dal pensiero imposto che “non è colpa mia, che ci posso fare?!” e col sollievo di essere riusciti a cacciarsi fuori da un altro problema, o almeno di averlo allontanato di un paio di giorni. Ogni volta che osservo delle scuse inutili venire fuori dagli altri, non faccio che immaginare quanto possa risultare ridicola io che lo faccio tutto il tempo. Tutto il tempo tranne quando lavoro ovviamente. Lavorare all’allestimento di uno spettacolo impone il dover affrontare una serie di problemi e provare a risolverli in maniera creativa, non ci sono scuse sei tu ed il buio oltre il proscenio e basta. Sembra una cosa spaventosa, estremamente psicologica e lo è ma allo stesso tempo non lo è affatto. Chiave di volta di ogni lavoro teatrale è il gruppo, la squadra; ad uno spettacolo non si lavora mai soli. Il teatro è un luogo spaventoso, il luogo dove si fingono paure vere, è il luogo dove crescono emozioni inaspettate, e dove si sente sottopelle che la vita non ci ha ancora distrutti; in teatro nessuno può essere lasciato solo. E allora è importante formare una squadra di persone che sappia guardare quel buio in platea senza paura, e allo stesso tempo sappia guardarsi negli occhi senza scuse.

Nel mondo normale far parte di una squadra è il modo migliore per scaricare le responsabilità: se si perde la partita è la squadra che ha giocato male. Essere in una squadra consente di adeguarsi agli altri, giustifica a fare solo il necessario perché è l’unione che fa la forza. Far parte di una squadra ci rende intimamente egoisti e mediocri, due atteggiamenti che non affronteranno mai il buio oltre il proscenio. In teatro si lavora in squadra perché le difficoltà da affrontare son grandissime e nessuno può farlo da solo.

È bene precisare che il lavoro di squadra è un lavoro in tutto e per tutto, è il prodotto di una forza per uno spostamento, bisogna aver quindi ben chiaro dove vogliamo andare e come ci vogliamo arrivare. È difficile, è complesso, è noioso solo se non lo affronti. Per lavorare bene ad uno spettacolo ed alla vita ci vuole disciplina. La disciplina non è una cosa che ti viene così all’improvviso, la disciplina è quella cosa che torni dove ti ha fatto male ieri e scopri che non ti fa più male e allora vai un po’ più avanti fin dove ti fa male. La disciplina è un piccolo dolore che ti fa camminare. È difficile, è complesso, è noioso solo se non lo affronti. Per lavorare bene ad uno spettacolo ed alla vita bisogna acquisire consapevolezza. E la consapevolezza è quella cosa che io ho due braccia, due gambe, un corpo, una testa e poi anche desideri ed emozioni e la somma di tutto questo mi rende capace di cose incredibili. La consapevolezza è quel piccolo slancio che ti fa correre. È difficile, è complesso, è noioso solo se non lo affronti. Per lavorare bene ad uno spettacolo ed alla vita ci vuole immaginazione . L’immaginazione è quella cosa che quando dici “e se fosse così…” hai mille immagini in testa e non trovi le parole per descriverle. L’immaginazione è quel pensiero che ti fa volare. Non è più difficile, non è più complesso, non è più noioso perché lo stai affrontando.

Il buio oltre il proscenio va affrontato con disciplina, consapevolezza ed immaginazione e se non lo fai in compagnia che sfizio c’è?!