Bisogna saper vincere

Sara Gama, capitano della nazionale femminile di calcio

Oggi l’Italia femminile di calcio ha vinto la sua prima partita ai mondiali, mondiali a cui i maschi non si sono nemmeno qualificati.

Qualche mese fa la nazionale femminile di Rugby era a una passo dalla vittoria del sei nazioni, sei nazioni che i maschi non si sognano nemmeno di vincere.

L’anno scorso la nazionale femminile di pallavolo è arrivata seconda ai mondiali in Giappone, sì Mila ti abbiamo asfaltata.

Con questo non voglio dire che le femmine siano meglio dei maschi, i fatti parlano chiaro, ma il discorso è un po’ più delicato, restate con me e capirete dove voglio arrivare.

Le ragazze della nazionale di calcio, come quelle della nazionale di rugby e di pallavolo non sono sportive professioniste, per la legge italiana sono dilettanti. La legge a cui faccio riferimento è quella che definisce le norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti (legge 91 del 23/03/1981). Secondo questa legge si definiscono professionisti tutti gli sportivi che hanno un contratto con una società che opera nell’ambito delle discipline CONI che hanno riconosciuto il professionismo.

Ad oggi le federazioni che hanno riconosciuto il professionismo sono:

  • Federazione Italiana Giuoco Calcio (F.I.G.C.)
  • Federazione Ciclistica Italiana (F.C.I.)
  • Federazione Motociclistica Italiana (FMI)
  • Federazione Italiana Golf (F.I.G.)
  • Federazione Italiana Pallacanestro (F.I.P.)

Lo sport femminile è escluso a priori da qualunque sogno di professionismo. Come gli altri 56 sport rimanenti, lo sport femminile non attira interessi economici e dunque è relegato al dilettantismo.

Le differenze tra le due categorie non vanno di certo a incidere sul successo, sulle medaglie o sulla possibilità di diventare delle leggende, ma diventano determinanti quando si parla di tutele dei lavoratori (infortuni, assicurazioni, gravidanze, ecc.).

Nessuno si sogna di dire a Ronaldo “quand’è che ti trovi un lavoro serio?”, frase che le calciatrici delle nazionale si saranno sentite dire diverse volte.

Al di fuori del calcio che si vede in TV, fa strano pensare che un gioco possa essere un lavoro vero, soprattutto per una donna, eppure lo è.

È un lavoro vero quando ti alzi ogni mattina coi muscoli rotti dall’allenamento del giorno prima, è un lavoro vero quando non basta più allenare il corpo, ma devi allenare anche la mente, è un lavoro vero quando lo fai tutto il giorno, tutti i giorni, e lo fai troppo bene, e non ti va di cambiare, è un lavoro vero quando lo fai per quelle bambine che da grande vogliono fare la calciatrice, la rugbista, la pallavolista. È un lavoro vero, punto. E non è più possibile che l’essere donna riduca la dignità di una professione.

A tutti gli italiani che ogni santissima sera si guardano una partita diversa, a tutti i ristoratori che hanno le sacrosante televisioni sempre accese sulle partite, a tutti quelli che se c’erano i maschi i mondiali li avrebbero seguiti:

Guardate i mondiali femminili! Guardate la nazionale femminile! Sono più brave dei maschi, almeno una partita l’hanno vinta.

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I 5 motivi per iniziare a giocare a Dungeons & Dragons

Chi pensa che Dungeons & Dragons sia un gioco da nerd ha ragione. Giocare a far finta di essere in un mondo diverso, con regole tutte sue e trovarlo divertente è proprio da nerd.

Chi pensa che essere nerd sia una cosa curiosa, strana e non del tutto normale, non ha mai provato a guardare l’universo che si nasconde dietro i brufoli, gli occhiali spessi, i fumetti e tutti i banali stereotipi del caso.

Giocare ai giochi di ruolo non è come giocare a calcetto, non si suda, non si corre, non si vince, ma si portano a termine imprese grandiose.

Dungeons & Dragons è figo perché:

Aumenta l’autostima. Il processo di creazione di un personaggio è così intimo e complesso che si finisce col creare un individuo che non esiste realmente, ma che è la copia spiccicata dell’interno della tua testa. È tutto quello che avresti voluto essere, è qualcuno che riesci ad ammirare soprattutto per le sue debolezze. È qualcuno a cui vuoi bene più che a te stesso.

Ti mette brutalmente davanti alla realtà. Tra forza, destrezza, carisma e abilità varie, sei sicuro di aver creato il personaggio più figo del mondo, non crogiolarti, presto scoprirai che il tuo personaggio è utile quanto un battiscopa. Rimboccati le maniche e attiva il cervellino, ti divertirai di più.

Solleva discussioni profonde. Chi siamo? Qual è il nostro scopo? Quanto cavolo sono forti ‘sti goblin? Anche tra perfetti sconosciuti non si può fare a meno di discutere di cose profonde e di goblin.

Fa volare il tempo. Si sa quando si inizia e non si sa quando si finisce. Avvisate a casa che io stasera faccio tardi.

Fa diventare grandi. Quando senti il peso di dover prendere delle decisioni per il bene di qualcun altro, quando ti sforzi per trovare una soluzione non banale, quando ti impegni per divertirti e non per portare a termine un semplice compito, è così che si diventa grandi.

Breve storia della moglie di Satana

Le donne forti sono stronze, c’è poco da fare.

Se una non vuole stare seduta ad aspettare nella torre che il suo principe la salvi, è una pazza incosciente, che si rovinerà la vita

È il 1870 e di stronze in giro ce ne sono parecchie, si fanno chiamare suffragette e sbraitano cose riguardo al diritto di voto.
È il 1870 e tra le suffragette ce n’è una che non è semplicemente stronza, è la regina delle stronze o, come la definiscono i suoi oppositori, la moglie di Satana, Victoria Woodhull.

Victoria Woodhull è una stronza perché non chiede permesso a nessuno, quando vuole fare una cosa la fa e basta, senza lasciarsi condizionare da etichette e moralismi

È la prima donna a operare alla borsa di New York, è sveglia, fa un sacco di soldi e tutti gli uomini la odiano. È anche la prima donna ad aprire e dirigere un settimanale, il Woodhull & Calfin weekly, sulle sue pagine parla di educazione sessuale, amore libero, gonne corte, spiritualismo, diritti di voto ed eguaglianza, ma anche di truffe, frodi fiscali e corruzione politica. Argomenti che fanno infuriare le istituzioni e gli imprenditori, ma che esaltano il pubblico e i lettori. La rivista è lo specchio dei pensieri onesti, rivoluzionari e stronzi di Victoria. Denuncia senza timore l’ipocrisia dei costumi dell’epoca, che consentono agli uomini la totale libertà sessuale, mentre sottopongono le donne a soprusi e violenze.

La tenacia e l’ostinazione di Victoria vengono ben presto ricompensate, è soltanto il 1872 e la moglie di Satana viene scelta come candidata alla presidenza degli Stati Uniti. È la prima donna a correre per la Casa Bianca ed è anche la prima donna a trascorrere in prigione il giorno delle elezioni.
Non riceve nemmeno un voto, d’altronde a metà della popolazione era ancora vietato votare, ma non si dà per vinta e si ricandida ancora e ancora.

Victoria Woodhull era intelligente, furba, sensuale ed energica, Victoria era una stronza e le piaceva tantissimo.

Quando ti sentirai criticata per i tuoi modi o per le tue parole, sappi che tonnellate di donne ci sono passate prima di te e che approvano il tuo essere stronza. Vai e colpisci!

Memorie di un’attrice per bene

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Ogni giorno la sveglia comincia a suonare alle 6, io la spengo un’ora dopo. Troppo tardi, si deve fare tutto di corsa, fa freddo fuori, devo anche scongelare la macchina.

Perché faccio questo lavoro? Perché non ho sposato uno ricco?

Arrivo in teatro, imbacuccata fino alla punta dei capelli, ho il raffreddore da due settimane e non mi passa. È un’agonia sentirmi recitare con la voce a lavandino. Il teatro è freddo e i camerini sono ancora più freddi. In onore di Eleonora Duse (magnifica attrice morta dopo aver preso la polmonite nel suo camerino), la tradizione vuole che tutti i camerini dell’universo siano più freddi del 20% rispetto al resto del mondo.

Perché faccio questo lavoro? Perché non ho sposato uno alle Maldive?

Togli strati di vestiti termici e metti strati di vestiti leggeri, i costumi di scena sono sempre fuori stagione, sempre in onore della polmonite di Eleonora Duse. Ora tocca truccarmi, più che truccarmi basterebbe coprire le occhiaie.

Come faccio a coprire le occhiaie? Perché non posso sembrare viva come gli altri?

Eh sì, io la giornata la comincio con una valanga di domande retoriche. Così per darmi la carica. Sempre meglio portarsi avanti con il lavoro.

Scherziamo, ridiamo, proviamo a svegliarci e a concentrarci. Il pubblico dei matinée è tosto. Mica te la fanno passare liscia una disattenzione o un calo di ritmo, no, no. Sono ragazzi, a teatro magari non ci volevano nemmeno venire, la loro attenzione te la devi guadagnare e non è per niente facile.

Chi è di scena! Siamo pronti. Sono pronta? Sì sono pronta. Stamattina sono Anna Frank. Tra un attimo tocca a me e… odio sentirmi così, odio sentirmi come se stessi saltando da un palazzo ogni volta. Dodici anni di spettacoli e ancora mi sento così…

Perché faccio questo lavoro? Perché non ho fatto il concorso alle poste?

Basta pippe mentali, ora tocca a me. Luce e non ho più paura, respiro e parlo e… oddio devo tossire… ok passato. Ci sono, sono io e tutti guardano me, guardano Anna e qui inizia il gioco.

Il mio lavoro è un gioco. Giochiamo che io sono Anna Frank e che tu ascolti la mia storia, giochiamo che io ti racconto non solo di Anna, ma di altre ragazze come lei, giochiamo che le parole che dico sono espressione di quello che stai pensando in questo momento. Giochiamo che facciamo il teatro, divertiamoci, viviamo e respiriamo insieme, solo per un momento, solo qui e ora.

La luce si abbassa. Silenzio. E poi… applausi.

Ora mi ricordo perché faccio questo lavoro.

Il passaggio all’Adultità

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Diventare grandi vuol dire liberarsi di tutti quei blocchi che hanno tormentato la tua giovinezza. Diventare grandi vuol dire anche aumentare lo spazio fisico, del corpo e dell’anima per fare posto alla vita e accogliere blocchi e paranoie nuovi di zecca.
Diventare grandi fa schifo, è inevitabile e non servono a nulla le creme antirughe e i risvoltini ai pantaloni. L’adultità ci renderà sempre più tormentati, fuori e dentro.
È con questo incipit motivato e grintoso che inizia il racconto della mia adultità, iniziata oggi con la presa di coscienza di un blocco nuovo, grande e scintillante: il blocco del lettore.
Ho paura di leggere. Non mi era mai successo prima. Avevo sempre dato per scontato che se ti piace fare una cosa non potrai mai averne paura, eppure ora è così. Ho paura di fare la cosa che mi piace di più. Da giovane leggevo ininterrottamente, leggevo di tutto e non mi importava di nient’altro. Qualsiasi autore, qualsiasi genere, qualsiasi storia purché fosse bella. Ero in grado di riconoscere i libri belli ed ero in grado di abbandonare le storie che non mi interessavano senza troppi paranoie. Ora mi sarebbe impossibile non finire un libro, per quanto brutto sia. L’ossessione di finire le cose è un’altra di quelle qualità che ho acquisito con l’adultità.
Da giovane entravo nelle librerie e mi sentivo al centro del mondo, mi muovevo con disinvoltura e venivo divorata dalla curiosità. Ora entrare in una libreria mi è difficilissimo, l’ossessione di dover conoscere tutto è un altro di quei regali inattesi dell’adultità.
Diventare grandi fa schifo perché si smette di crescere. Non potendo più leggere, bloccata da una paura che chissà da dove viene, io ho smesso di crescere. È come se mi avessero tagliato le radici e tolto il sole. Mi sento vecchia, rinsecchita, inutile.
Non riesco a uscire da questo labirinto mentale, fatto di pile di libri impolverati sul comodino e ossessioni impossibili da controllare.
Dicono che prendere coscienza di un problema sia il primo passo verso la guarigione, ma io ho bisogno di correre verso la guarigione perciò chiedo il vostro aiuto.
Aiutatemi a superare il blocco del lettore. Adottate un libro della mia pila infinita e leggetelo con me. Magari con un po’ di compagnia questa selva di adultità sembrerà meno oscura.

Non guardate “Una serie di sfortunati eventi” !

Siamo tutti abituati all’effetto che Netflix causa al nostro corpo: paralisi degli arti, dilatazione delle pupille, felicità che bombarda i neuroni. È una sorta di sindrome di Stendhal che colpisce la parte più nascosta del nostro essere, quella che brama la bellezza, che vuole che le cose abbiano un senso.

Dopo anni di distretti di polizia antimafia con la uno bianca e cento venti passioni sotto al sole della toscana, i nostri occhi hanno la possibilità di posarsi su immagini elaborate per catturare, per stupire e non solo per fare da sottofondo allo sparecchiamento della tavola.

Le belle storie non le ha inventate Netflix, ma di certo ha saputo venderle. Una serie di sfortunati eventi ne è la prova: ciclo di romanzi di grande successo, già film di grande successo, nelle mani di Netflix diventa una serie tv di grande successo.

Una serie di sfortunati eventi inizia con un monito: non guardate! E proprio per questo non si può più smettere di guardarla. Lemony Snicket, l’autore della storia, fin dall’inizio, avvisa lo spettatore che quello che vedrà non sarà piacevole. Dal momento in cui perdono i genitori in un incendio, la sfiga si abbatte sugli orfani Baudelaire in maniera incontenibile. Perennemente tormentati dal malvagio conte Olaf, che vuole impadronirsi della loro eredità, i tre ragazzi Baudelaire sono costretti a lottare contro un mondo di adulti idioti e ottusi, incapaci di osservare la realtà e di dar loro fiducia.

Temi importanti, come l’affrontare un lutto o lottare contro paure inutili, affiorano sulla superficie dell’intreccio arricchendo le avventure dei tre ragazzi di una forza emotiva tale da impedire allo spettatore di alzarsi dal divano e pensare ad una vita fuori. Le atmosfere sono quasi fiabesche, a metà tra l’immaginario di Tim Burton e quello di Wes Anderson, i mondi creati da Lemony Snicket pseudinimo di Daniel Handler, sono tutto quello che avremmo voluto vivere da bambini.

Presenza costante e quasi personaggio fondamentale delle storie sono i libri. In ogni avventura i tre ragazzi si confrontano con la necessità di reperire informazioni e in modo del tutto naturale si rivolgono ai libri. Splendide librerie, specchio delle personalità dei loro padroni, popolano ogni luogo in cui i tre orfani si trovano e grazie alla consultazione dei libri, i Baudelaire riescono ogni volta a vincere sul conte Olaf e ad aggiungere piccoli indizi per risolvere l’enigma della morte dei genitori.

Una serie di sfortunati eventi è molto bella e il 30 marzo esce la seconda stagione. Non guardatela!

Breve storia di una donna pirata

Nella seconda metà del 1600 nessuno veniva con la mimosa in mano a dirti come essere più donna. All’epoca le donne non si facevano troppi problemi su quali fossero i loro desideri, li realizzavano e basta.

Certo l’aspettativa di vita era più bassa, gli uomini più puzzolenti e le spade più affilate… insomma, c’era un sacco da divertirsi.

Era un epoca in cui se ti venivano a dire che non potevi essere una fuorilegge, tu te ne fregavi e continuavi a fare la fuorilegge.

Anne Dieut-le-Veut nasce nel 1661 in Francia e il suo desiderio profondo di essere una criminale la porta presto ad essere deportata sull’isola di Tortuga, in compagnia di tanti bei talenti della criminalità.

Una volta lì decide di mettere la testa a posto e di fare le cose per bene.

Cede al corteggiamento di Pierre Lelong, il primo bucaniere che passava di lì, e con lui vive sei anni di romantici saccheggi e razzie nel mar dei caraibi.

Nel 1690 Pierre muore inaspettatamente in una rissa e Anne, presa dalla paura che abbiamo noi donne di restare sole, sposa il secondo bucaniere che passava di lì: Joseph Cherel.

Il tempo di distribuire i confetti e razziare qualche villaggio che anche il povero Joseph viene coinvolto in una rissa e muore.

Un po’ seccata dal fatto che le uccidano tutti i mariti Anne, senza mimosa alcuna, sfida a duello l’assassino del consorte, il pirata Laurens De Graffe.

Alto, biondo, olandese… se non bastassero queste caratteristiche a renderlo seducente c’è anche il fatto che è conosciuto come il flagello d’occidente, il diavolo in persona.

La leggenda narra che Anne a Laurens si guardarono a lungo e nel momento di affrontarsi, Laurens cacciò la spada, mentre Anne sfoderò la pistola.

Preso alla sprovvista, ammirato da tanta scaltrezza e seriamente preoccupato per la sua vita, Laurens si inginocchiò e chiese ad Anne di sposarlo.
Vissero felici a lungo, depredando e razziando, tra un colpo di cannone e una bottiglia di rum. Spargendo terrore mano nella mano e scrivendo, a colpi di pistola, la storia della pirateria.

La morale di questa storia non è che prima o poi arriva il pirata azzurro che vuole ucciderti e poi ti sposa.

La morale di questa storia è: quando tutti si aspettano una spada, tu caccia la pistola. Tieni bene in testa che non puoi combattere per i tuoi sogni se non hai le armi giuste.

Le mimose fanno starnutire, la determinazione colpisce al cuore.